Quando vado all’estero non sono tra quelli che ricercano lo spaghetto e la pizza in ogni dove e ad ogni costo: mi adatto sempre e non mi manca quasi mai la nostra cucina. In Giappone facevo felicemente colazione con riso e miso (una sorta di minestrone) senza battere ciglio.
Ma, tra i  ricordi più vividi delle mie vacanze-studio adolescenziali, ci sono senza dubbio quegli orridi lunch box e quelle insipide e immangiabili cene che ci preparavano le nostre famiglie, rigorosamente alle 18.
Ricordo inaffrontabili pasticci di carne con ingestibili piselli bolliti assieme alla mentuccia (che finivano sistematicamente nel pattume) o, in caso  andassero di fretta (quasi sempre, a dire il vero), il fish and chips del venditore all’angolo, freddo perchè acquistato la mattina.

Ma a volte andava anche peggio, una famiglia in particolare chiedeva a noi di cucinare quasi tutte le sere mentre loro se ne stavano con gli amici davanti ai catodici campi verdi di Italia ’90.

Il rientro da un mese di vacanza-studio portava ogni anno costante e prolungata inappetenza causata in parte dalle cene ingurgitate controvoglia e, in parte, dalle plurigiornaliere tappe al fast food con le quali tentavamo di riempire lo stomaco alla ricerca di sapori decenti.

Eppure, la cucina inglese, non è così insostenibile come nell’immaginario collettivo e nella pratica di qualche reduce come me.

Come si racconta bene QUI “è soltanto visitando la verdissima campagna inglese in una di quelle memorabili giornate estive, quando nel cielo sgombro da nubi brilla un sole caldo ma non opprimente, che il turista mediterraneo può iniziare ad “intuire” la cucina locale.
La cucina inglese, nordeuropea ma con anche strettissimi legami con quella francese, è ricca di piatti che, rinunciando temporaneamente alle nostre coordinate gustative mediterranee, ci stupiscono piacevolmente. La famigerata “carne con la marmellata“, ad esempio, oggetto di innumerevoli barzellette, è in realtà il glazed ham, il prosciutto sobbollito per ore in un court-bouillon aromatico e glassato poi con senape e marmellata d’arance amare: piatto sublime, ma di non facile esecuzione.
Esiste una grande tradizione di vellutate (loro le chiamano “cream of”) , spesso a base di brodo di carne e quasi sempre arricchite alla fine da qualche cucchiaita di panna.
In generale la cucina inglese eccelle nelle carni: un roast beef all’inglese è uno spettacolo per gli occhi e per il palato. Viene quasi sempre arrostito “on the bone”, con l’osso, non meno di 3 o 4 costole di manzo, e servito con patate al forno, horseradish sauce (salsa al rafano) e verdure al vapore, broccoli e carote soprattutto. Esiste poi anche un grande repertorio di stews, cioè di spezzatini o brasati di carne, a volte anche arricchiti da dumplings, degli gnocchetti di farina, acqua e suet (il grasso che avvolge in reni e che conferisce leggerezza e un gusto inconfondibile ai piatti in cui viene usato) o anche cucinati in crosta, cioè con un coperchio di pasta sfoglia, in questo caso si parla di pies.
Grandi momenti sono la colazione e il celebre 5 o’clock tea, il te delle cinque: o meglio, erano – ormai anche gli inglesi vanno di fretta e trangugiano solamente due cose due al mattino e il te con i pasticcini se lo scordano.”

Io in 5 differenti vacanze-studio che hanno attraversato la Gran Bretagna da Edimburgo a Bournemouth, non ho mai  assaggiato niente di tutto ciò.
Chissà, magari Matteo e Niccolò tra qualche anno mi racconteranno di  Bread Pudding e Treacle Tart meravigliose. Sono pronta a lasciarmi smentire.

Staremo a vedere. 😉